Stamperia Berardinelli

Joe Tilson

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Joe Tilson, nato a Londra nel 1928, fa parte di quella importante generazione di artisti (tra cui Frank Auerbach, R.B. Kitaj, Peter Blake, Allen Jones, David Hockney) formatasi al Royal College of Art. Ottiene il suo primo riconoscimento internazionale alla Biennale di Venezia del 1964. Per oltre quarant’anni il lavoro di Tilson si e’ svolto attraverso grandi costruzioni e rilievi, dipinti e sculture, grafiche e multipli: opere tutte di grande personalita’, evocative e simboliche, ricche di significati e contrassegnate da una splendida fattura “artigianale”. Entrato nel movimento Pop inglese nei primi anni ’60, Joe Tilson percorre una strada estremamente originale, ricchissima di implicazioni e sviluppi strutturali, linguistici, antropologici, poetici. L’artista londinese recupera, gia’ ai suoi esordi, non solo il valore antropologico delle immagini moderne, ma anche il senso delle immagini archetipe della tradizione culturale, rivitalizzandole attraverso il linguaggio contemporaneo e rendendo i simboli arcaici comprensibili e carichi di sollecitazioni per l’uomo contemporaneo. I temi scelti da Tilson per esprimere “il sacro in Natura” trascendono il tempo e attraversano varie culture, con particolari riferimenti alle mitologie preclassiche, alle civilta’ Indiane d’America, al “Tempo del Sogno” degli Aborigeni Australiani, alle ricerche alchemiche. Segni strutturali e modulari – le lettere dell’alfabeto, i giorni della settimana, i simboli alchemici riferiti ai quattro elementi base (terra, acqua, aria, fuoco), o le quattro stagioni, o ai punti cardinali, il mese lunare, il labirinto, la scala, gli enigmi, il gioco, le parole – si raccolgono in matrici stratificate dai significati universali. “Nella ricerca della propria identita’ espressiva” spiega il critico d’arte Sandro Barbagallo “l’artista ha voluto costruire il suo personale codice di segni, composto da un proprio glossario e da varie tavole sinottiche. Nell’economia del mondo di Tilson il cerchio rappresenta l’universo, mentre le scale (ma anche le torri e gli obelischi) diventano metafora di aspirazione all’elevazione cosmica. Analizzando l’opera di Tilson mi sembra poi evidente l’ispirazione a testi alchemici e a studi junghiani. Ma c’e’ anche qualcosa di piu’. Una sorta di bulimia della sperimentazione. Infatti, al di la’ del debito con Schwitters (abbondantemente riconosciuto e pagato) sembra quasi che l’artista non sia mai sazio di provare la combinazione di nuovi simboli e di nuove formule attinte ovunque, dall’inconscio collettivo e da antiche religioni.”